26/01/2012

Messaggio da Medjugorie del 25 Gennaio 2012

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"Cari figli!
Anche oggi vi invito con gioia ad aprire i vostri cuori e ad ascoltare la mia chiamata. Io desidero avvicinarvi di nuovo al mio cuore Immacolato dove troverete rifugio e pace.
Apritevi alla preghiera affinché essa diventi gioia per voi. Attraverso la preghiera l’Altissimo vi darà l’abbondanza di grazia e voi diventerete le mie mani tese in questo mondo inquieto che anela alla pace.
Figlioli, testimoniate la fede con le vostre vite e pregate affinché di giorno in giorno la fede cresca nei vostri cuori.
Io sono con voi.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

21/01/2012

La chiamata al sacerdozio, “altro Cristo”

Omelia del giorno 22 gennaio 2011

 

III Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

 

 

 

Quando Dio ci chiamò alla vita diede a ciascuno di noi un compito con cui, non solo si realizza il disegno della santità, ma anche la bellezza del servizio per i fratelli.

E' la vocazione. Tutti, senza eccezione, abbiamo la nostra vocazione, ossia questo cammino della vita in cui passo, passo, facendosi guidare da Dio, si compie il disegno della santità: una santità che ha per ciascuno un volto diverso dall'altro, ma a tutti garantisce la personale realizzazione nella vita e nell'eternità.

Penso alla vocazione di tanti sposi, che sanno ricamare la bellezza incredibile del loro amore e la guida dei figli, come un racconto di fedeltà ed una meravigliosa storia di figli che continuano la storia dell'amore di Dio, con il compiere il disegno che Dio ha posto su di loro.

Non si finisce mai di rendere grazie a Dio per tutto quello che sa compiere tramite gli uomini, se Gli sono fedeli, sulla terra. Certo l'uomo è anche capace di usare i doni di intelligenza, di scienza, non al servizio dell'uomo, ma causando del male all'uomo.

Basta dare uno sguardo fugace e preoccupato, su tutti gli ordigni che ogni giorno si moltiplicano sulla terra, ordigni di guerra. Si spendono incredibili somme, sottratte al benessere delle popolazioni, per dare corso a ciò che è solo mezzo di distruzione.

Ma è questo che dal Padre siamo chiamati a fare? E' questa la vocazione che ha posto in ciascuno di noi? Dovremmo ogni giorno chiederci se si vive per la gloria di Dio e il bene dei fratelli, o se la vita è un intreccio di egoismi che nulla hanno a che fare con ciò che Dio ha pensato e progettato per noi e per il bene della umanità.

Sarebbe bene che nelle linee del Vangelo di oggi tutti dessimo uno sguardo alla storia della nostra vita: vocazione disegnata dal Padre per il bene nostro e di quanti incontriamo o sono vicini nella vita. Ma è così?

Confrontandoci alla luce della Parola, forse potremmo scoprire di essere molto lontani dal pensiero di Dio, quando invece la nostra vita dovrebbe essere il racconto del nostro viaggio sulla terra con e per gli altri, che il Padre ha disegnato per tutti. Ed allora occorre un cambiamento, se veramente vogliamo trovare pace e serenità in Lui.

Ma ci sono anche vocazioni che sono davvero speciali, come quelle a cui Gesù ha chiamato, iniziando il suo piano di salvezza, invitando persone semplici a seguirLo, per poi un giorno diventare le colonne fondamentali della Sua Chiesa: gli apostoli, chiamati a seguire ieri Gesù, oggi a fare strada a noi.

Racconta Marco, l'evangelista:

"Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea, predicando il Vangelo di Dio e dicendo: 'Il tempo è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo"'.

E passando lungo il mare di Galilea vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare, erano infatti pescatori. Gesù disse loro: 'Seguitemi, vi farò pescatori di uomini'.

E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, mentre riassettavano le reti. Li chiamò ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono". (Mc. 1, 16-20)

Stupisce questa prontezza nel seguire Gesù. Non sapevano nulla di ciò che li attendeva. Erano poveri uomini come tutti noi. Ma un giorno, dopo la Pentecoste, saranno le pietre d'angolo su cui si fonda la Chiesa e quindi noi.

E davvero ci assale lo stupore in questa scelta. Da poveri uomini, più volte nel Vangelo si evidenzia come il loro sogno fosse di divenire 'qualcuno che conta' seguendo Gesù. E lo ammettono. Mostrano tutta la loro debolezza nel Getsemani addormentandosi, e, quando Gesù viene arrestato, scappano e si nascondono, tranne Pietro che però poi si lascia prendere dalla paura e lo rinnega tre volte fino al canto del gallo, come gli aveva predetto Gesù. Semplicemente ebbero paura di finire come Gesù. C'è tutta la debolezza dell'uomo che sognava forse altro, seguendo Gesù, e si vede crollare il mondo. Lo dichiarano frastornati anche i due discepoli sulla strada di Emmaus.

Eppure rimane in loro quello che non si cancella dal cuore, che sa che l'amore va oltre tutte le prove. E lo dimostra Pietro quando incontrando Gesù, dopo la resurrezione, alla domanda esplicita del Maestro: "Pietro mi ami tu più di costoro?" La risposta non lascia spazio ai dubbi. "Signore, tu sai che io Ti amo". Dopo la Pentecoste, in cui lo Spirito prende dimora in loro, esplode la loro potenza di apostoli, che affronteranno tutto e tutti per annunciare Gesù e il suo V angelo.

Non si lasceranno fermare da prigioni, battiture e tormenti, fino al martirio.

Gesù aveva avuto e continua ad avere tanta fiducia in loro. Li considerava 'amici', come è nel Vangelo, prima ancora dei loro abbandoni e tradimenti: "Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di questo; morire per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate quello che comando. Non vi chiamo più schiavi, perchè lo schiavo non sa cosa fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perchè vi ho fatto sapere quello che ho udito dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho destinato a portare molto frutto, un frutto duraturo" ( Gv. 15, 12-16)

E' davvero commovente questa scelta di GESÙ, che non si ferma alle debolezze umane, ma sa che con la forza dello Spirito, un giorno, i Suoi amici saranno pronti a dare la vita per farLo conoscere e annunciare il Suo Vangelo.

Basterebbe leggere la vita di tanti, in ogni tempo, di come hanno interpretato la volontà di Dio, seguendo la propria vocazione, senza paura nel darsi totalmente, per restare fedeli all'amicizia con Gesù. Non parlo solo di martiri, o di santi speciali, ma voglio riferirmi a tanta gente semplice che ho incontrato nella mia vita pastorale e che sempre hanno lasciato una traccia in me della loro passione per Gesù ed hanno dato nella vita una testimonianza di amore a Dio e quanti erano loro vicini. Penso ai tanti missionari - sconosciuti alle cronache del mondo - ma sparsi nel mondo, che non hanno paura delle difficoltà, fino al martirio a volte, per fare conoscere Gesù a chi non Lo conosce. E' davvero immenso il mondo di chi ha interpretato la vita come una vocazione, chiamata di Dio. Del resto, se dalla nostra vita togliamo questo spirito, che resta della nostra esistenza?

Un viaggio nel nulla e verso il nulla, che fa tristi ed è senza senso.

Ecco perchè tutti dobbiamo nella vita seguire i passi che Dio traccia con gli eventi che incrociamo. Non avrei mai pensato di diventare addirittura vescovo della Chiesa: una grande vocazione che ci rende simili agli apostoli. Credevo di avere raggiunto il fine nella vita consacrata. Poi l'obbedienza mi volle parroco nel Belice: difficile compito allora. E all'improvviso si è affacciata la volontà di Dio, tramite il caro Paolo VI, che improvvisamente mi chiamò e mi chiese di essere vescovo di questa diocesi. Incredibile. Se è vero che seguire la propria vocazione, chiede tanta fede, tanto amore, e tanta dedizione al prossimo, debbo dire che nel mio apostolato ho sperimentato tutto questo, ma molto di più il sentire su di me - davvero stupendo - la mano di Dio che apre la strada. Ma bisogna che ciascuno diventi attento e appassionato nel cercare e scoprire la Sua volontà, la chiamata di Dio in quello che capita o decidiamo nella vita.

La vita non è, non può essere, una camminata a vuoto, non sapendo dove andare: la vita, se la si accoglie come vocazione, è un cammino con Dio e i fratelli fino al Cielo.

Scriveva Paolo VI: "La vita è una chiamata. E' una libertà liberissima, messa alla prova, forse la più difficile, ma la più bella. E' la voce che ha un duplice linguaggio, quello del Signore e quello dell'educatore. E' una voce che dice: 'Venite' e che passa come un vento profetico sopra la testa degli uomini, anche di questa generazione, la quale piena com'è del frastuono della vita moderna, si direbbe sorda a coglierne il senso segreto e drammatico: ma non è così. Qualcuno ascolta."

Non resta a noi, sempre se diamo alla vita il senso che dà Dio, che farci prendere per mano, sicuri che, anche se siamo fragili, Lui non tradisce, attende solo che, come Pietro nei momenti difficili, siamo pronti a dirGli, passata la prova: "Signore, tu sai che io ti amo".

E questo vale per tutti, indipendentemente dalla nostra specifica vocazione. Ma saremo capaci?

Che Dio ci tenga per mano, sempre, per non perderci.

 

Antonio Riboldi – Vescovo –
www.vescovoriboldi.it
riboldi@tin.it

14/01/2012

Fede e Testimonianza

Omelia del giorno 15 gennaio 2012
II Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)
Fede e Testimonianza

 

Sappiamo tutti come il mondo vada in cerca di persone che sappiano trasmettere, non solo la bellezza della vita, ma anche quelle virtù nascoste che Dio ha certamente deposto in noi e che hanno bisogno di manifestarsi concretamente.

Non suscita, se non freddezza, chi nella vita in qualche modo non dà spettacolo di grandi valori. Ognuno di noi sente la necessità di essere quelli che davvero siamo, forse senza che ce ne accorgiamo: testimoni di quella bontà e bellezza che è l'immagine che Dio ha messo in noi con il Battesimo e dovrebbe essere composta nelle ferialità della fede e della vita.

L'uomo guarda all'apparenza e vuole apparire, tranne le persone umili che cercano di nascondere la bontà che abita nel loro cuore, ma ottenendo di fatto un effetto meraviglioso: è proprio quella umiltà che diventa luce per chi osserva. Ed è di questi fratelli e sorelle che sentiamo il bisogno che ci siano tra noi per trovare anche noi il coraggio di dare alla vita il suo vero senso, che nasce da quei valori e quella bellezza che deve risplendere in ciascun essere umano.

Fanno molto rumore i tanti che si affidano alla fama ed al successo nel mondo, ma è un successo che ha vita breve.

Suscita spesso tanta compassione quel modo di esprimersi per affermare una fama che è davvero basata sul niente: "Lo sai chi sono io?". Suscita compatimento, conoscendo quanto pietosi siamo agli occhi di Dio - ma proprio per questo da Lui tanto amati! - Lui, che è la vera bellezza che trasmette ai santi.

Ed è quello che racconta oggi il Vangelo, descrivendo l'inizio della missione di Gesù tra di noi, per indicare con la Parola e la vita la via per arrivare a essere figli di Dio.

"Il giorno dopo, Giovanni (il Battista) stava ancora là con due suoi discepoli e, fissando gli occhi su Gesù che passava, disse: 'Ecco l'agnello di Dio!'. I due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che Lo seguivano, disse: 'Chi cercate?'. Gli risposero: 'Rabbì (che significa Maestro), dove abiti?'. Disse loro: 'Venite e vedete'.

Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui: erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due, che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: 'Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo, e lo condusse da Gesù'.

Gesù, fissando lo sguardo su di lui disse: 'Tu sei Simone, il figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa (che significa Pietro)' ". (Gv. 1,35-42)

Fa davvero impressione come Gesù attira i discepoli di Giovanni e subito li chiama.

Ma cosa aveva Pietro di tanto interessante, - come a volte pensiamo noi - da richiamare l'attenzione di Gesù che poi lo inviterà a seguirLo?

Una storia, quella di Pietro, fatta di grandezza d'animo, di generosità, ma anche di quella debolezza, tutta umana, che lo porterà, di fronte alla prova, nella passione di Gesù, per paura, a rinnegarne la conoscenza. Un errore che rivela tutta la fragilità, che è nella nostra natura, nonostante la nostra presunzione, e che Pietro riscatterà solo dopo la resurrezione, quando, a Gesù che gli chiedeva" Mi ami?", per tre volte, senza esitare risponderà: "Signore tu lo sai che ti voglio bene", cancellando il suo errore e ricevendo così da Gesù, quasi a ricambiare questo amore ormai saldo e fedele, la missione di guidare la Sua Chiesa.

Episodi che richiamano alla nostra mente la nostra generosità, quando affermiamo la nostra fede e amore a Dio, ma nello stesso tempo, anche quando, di fronte alla necessità, ci comportiamo come Pietro. Ma guardando proprio a lui, sappiamo che possiamo sempre ravvederci, rinnovando il nostro amore a Cristo, con sincerità e umiltà di cuore: "Signore, tu sai che ti voglio bene, anche se sono povero e misero'.

Viene alla memoria l'incontro che ebbi con Madre Teresa di Calcutta, in una assemblea di giovani. Alla domanda che le venne fatta se, tornando per ipotesi indietro e sapendo delle difficoltà che avrebbe incontrato, avrebbe ancora seguito la chiamata di Gesù, dopo una lunga pausa di silenzio rispose: "Gli direi di no". Un 'no' che fu come un gelo calato su quel migliaio di giovani. Attendevano una risposta che andasse contro le paure della vita per seguire Gesù o un ideale, e la risposta non era quella che si erano aspettati.

Ricordo che, stando a fianco della Madre, anch'io fui allibito, senza riuscire a comprendere la sua risposta, perché davo per scontato un eroico "sì" da lei.

Di fronte alla sgomento di tutti, le chiesi se aveva capito bene la domanda. Serena mi rispose di "sì". Ci fu un silenzio strano nell'assemblea, il silenzio che non si arrende ad un sogno che abbiamo tutti, di riuscire nel bene a superare le inevitabili difficoltà. Dopo qualche attimo di riflessione, che parve un'eternità, Madre Teresa, con uno straordinario sorriso, diede una risposta, che fa risuonare quella di Pietro a Gesù: 'Ma Gli voglio tanto bene che Gli direi di sì'.

E' l'atteggiamento di tantissimi martiri, anche oggi, che di fronte alle minacce per la professione di fede, non hanno paura delle sofferenze che li attendono, accolte come lo scambio di un amore che non conosce difficoltà e confini.

Proviamo davvero un senso di vergogna pensando alla nostra povera fede o amore a Dio, noi, che Gli voltiamo le spalle per un nulla o per una difficoltà.

Siamo spesso così lontani dall'essere testimoni che possono attirare i fratelli!

"L'uomo contemporaneo - affermava Paolo VI - ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri è perchè questi sono testimoni. L'uomo contemporaneo, impegnato nella conquista della materia, ha fame d'altro, e prova una strana solitudine. Il cristiano, consacrato a Cristo, conosce un mistero: il mistero di Dio che invita l'uomo a una partecipazione di vita in comunione senza fine con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Oggigiorno più che mai occorrono testimoni dell'invisibile. Gli uomini del nostro tempo sono degli esseri fragili che conoscono facilmente l'insicurezza, la paura, l'angoscia. I nostri fratelli hanno bisogno di incontrare altri fratelli che irradiano la serenità, la gioia, la speranza, malgrado le prove e le contraddizioni dalle quali essi stessi sono colpiti. Le nuove generazioni sono particolarmente assetate di sincerità, di verità, di autenticità. Hanno orrore del fariseismo sotto tutte le forme. Il mondo insomma ha bisogno di santi'

(Paolo VI, Ottobre 1974)

Ed è bello sia così. Ed è da questa realtà, che non possiamo - nessuno - ignorare, che occorre dare alla vita feriale quel sapore di bontà, di fede vera e concreta, facendoci prendere mano da Gesù, perché sia Lui, e Lui solo, a guidarci.

Vivere alla giornata, affidandoci al nulla che la vita offre, non è sopportabile.

E' necessario che tutti ci lasciamo riempire dalla necessità di dare al nostro vivere feriale il sapore della fede vissuta e di una santità ricercata, che è poi vivere con Gesù, immersi nella Sua Presenza e Grazia. Ma occorre avere la prontezza a rispondere a Dio che ci invita con segni inequivocabili a seguirLo, come è nel racconto di Samuele:

"In quel giorno, Samuele era coricato nel tempio del Signore dove si trovava l'arca di Dio. Allora il Signore lo chiamò: 'Samuele!'. E Samuele rispose: 'Eccomi!', poi corse da Eli e gli disse: 'Mi hai chiamato, eccomi!'. Egli rispose: 'No, non ti ho chiamato, torna a dormire!'. Tornò a dormire. Ma Dio lo chiamò una seconda volta e si ripeté la prontezza di Samuele.

"Per la terza volta il Signore tornò a chiamare: 'Samuele!'. Questi si alzò ancora e andò da Eli dicendo: 'Mi hai chiamato, eccomi!'. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovanetto e disse a Samuele: 'Vattene a dormire e se ti chiamerà ancora dirai: 'Parla, Signore, perchè il tuo servo ti ascolta'… Samuele acquistò autorità, perchè il Signore era con lui é lasciò andare a vuoto una sola delle Sue parole" (Sam. 3, 3-19)

Con santa Faustina preghiamo:

Da oggi la tua volontà, Signore, è il mio nutrimento.

Hai tutto il mio essere, disponi di me secondo i tuoi divini intendimenti.

Qualunque cosa mi porgerà la Tua mano patema, l'accetterò con gioia.

Non temo nulla, in qualunque modo vorrai guidarmi, e, con l'aiuto della Tua grazia, eseguirò tutto quello che vorrai da me.

 

Antonio Riboldi – Vescovo
www.vescovoriboldi.it

Glorificate Dio nel vostro corpo!

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.
Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. 
Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

06/01/2012

Epifania del Signore

Omelia del giorno 6 Gennaio 2012

 

Epifania del Signore

 

Solennità dell’Epifania: “Dio, Padre di tutti”

 

 

Sappiamo che la Chiesa sottolinea in modo solenne i giorni che raccontano il cammino che Dio ha fatto e fa per la salvezza di tutti gli uomini, anche e soprattutto dopo il peccato originale.

Subito, dopo la Sua nascita, attraverso il racconto della incredibile ricerca dei Magi, Gesù volle manifestare che se Lui era tra noi, non lo era per alcuni privilegiati, come il popolo ebraico, ma per tutta l'umanità, senza distinzione: un amore universale.

Ogni uomo o donna diventa, con l'Epifania, un chiamato a fare parte del Regno di Dio.

Con questa solennità, la Chiesa ci ricorda che Dio chiama tutti e rende possibile che tutti, ma proprio tutti, siano Suoi figli, cui è preparata la vera Casa, il Suo Regno.

Per questo l'Epifania è Festa solenne: festa in cui tutti noi ci dovremmo sentire felici nel sapere che Dio ci invita a tornare da Lui, sapendo che Lui è Colui che ci cerca per primo.

Il racconto dell'Epifania ha il sapore, per il modo come è narrato, di una meravigliosa fiaba, ma tale non è, perché è grande e reale Evento, quasi impossibile da pensare in questo mondo.

Siamo talmente abituati a cercare 'stelle della terra', che sono le cose senza vita, o desideri che muoiono con noi, da non riuscire più ad affidarci alla delicatezza dell'amore che si fa cercare, cercandoci, ci guida come la stella dei Magi nella ricerca, per farsi trovare.

Ma occorre alzare la testa in un mondo che fa di tutto per oscurare il cielo ... come fecero i Magi! "Nato Gesù a Betlemme, al tempo del re Erode, alcuni magi giunsero dall'Oriente a Gerusalemme e domandavano: 'Dov'è il re dei Giudei? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarLo'.

All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: 'A Betlemme di Giuda, perché così è scritto per mezzo del profeta: 'E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo Israele'.

Allora Erode chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: 'Andate e informatevi accuratamente del bambino e quando l'avrete trovato fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo'. Udite le parole del re essi partirono.

Ed ecco la stella, che avevano visto al suo sorgere, li precedeva finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il Bambino. A vedere la stella essi provarono una grandissima gioia e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro Paese". (Mt. 2, 1-12) C'è una ragione perchè la Chiesa dà tanta importanza alla Epifania. E' il giorno della chiamata fatta a noi per appartenere al Regno dei Cieli. Non più orfani senza domani, una condizione inaccettabile, che pone la triste domanda su che serva nascere se non c'è un domani a lungo termine, che dimostri che vivere qui non è solo provvisorietà - anche se tante volte viviamo proprio delle provvisorietà, come se la salute, il benessere, la fama e quanto vogliamo di terreno, potessero essere sufficienti a riempire un cuore che vuole altro.

Se siamo onesti con noi stessi - e dovremmo esserlo per fare onore alla nostra natura di persone dotate di intelligenza e capacità di ricerca continua - tante volte lo stesso desiderio che ebbero i Magi, diventa il nostro. E' quella ricerca soprannaturale che poi nella fede ci mostra Gesù come fu contemplato dai Magi.

Tanti fratelli, nella storia, e forse li abbiamo conosciuti da vicino, hanno vissuto il tempo della vita, accontentandosi e cercando ciò che è terreno, come se la terra potesse dare ciò che non ha.

Ma per tanti, c'è stato e c'è un momento che, raggiunti dalla Grazia, li ha portati a mettersi alla ricerca del Messia, e la loro vita è cambiata totalmente e questo non solo per grandi santi, come S. Francesco d'Assisi, S. Ignazio di Loyola, ma per una moltitudine di sinceri e veri cristiani.

Ne ho conosciuti parecchi! Ricordo la vicenda di un uomo che a lungo si era completamente disinteressato della vita spirituale, convinto che a lui bastassero le gioie di quaggiù.

Ma ci fu un momento in cui la Grazia fece cadere la scena illusoria su cui aveva impostato la vita e gli mostrò la luce. "Sono felice, mi diceva, adesso vivere è altro, sa di immensità del cielo e quello che è bello, in un mondo di finti amori e amici, si affaccia il volto del Padre che è davvero l'AMORE".

D'altra parte, per la nostra stessa natura, non possiamo trovare la felicità in ciò che il mondo ci offre con ostinatezza. Tutto alla fine lascia l'amarezza e nulla riesce a rendere felici nelle profondità del nostro essere, così, poiché Dio continua con pazienza ed incessantemente a bussare alla nostra porta, viene il momento in cui si sente la voglia di alzare gli occhi e di trovare la sorgente della vera felicità. Credo che questa sia la storia di tanti che mi leggono!

Basta avere il desiderio, l'ansia della ricerca, come quella dei Magi, e c'è sempre una stella che fa strada. Ma poi bisogna avere il coraggio di uscire dal chiasso e come i Magi provare a vedere e vivere la vita come ricerca di una gioia che ci appartiene.

"Uno degli aspetti - affermava Paolo VI - oggi più considerati della festa della Epifania, è quello della universalità del cristianesimo. Cioè, dopo il Natale, la Chiesa si domanda: per chi è venuto Gesù Cristo? E risponde: per tutti gli uomini. Non era Ebreo il Signore? E non era il popolo ebraico un popolo chiuso nella sua razza e nella sua religione? Sì, ma è appunto questo l'aspetto meraviglioso della Incarnazione. Essa ha carattere universale: riguarda non soltanto il popolo eletto nell'Antico Testamento; ma riguarda tutti i popoli; riguarda tutti i tempi e tutti i luoghi; interessa la storia e interessa tutta la terra. E' destinata a tutta l'umanità, anzi crea il concetto nuovo e svela il vero destino della umanità".

Ed è veramente il grande dono della Epifania, la chiamata dei popoli a fare parte del Suo Regno; è ciò che fa della solennità della Epifania una festa centrale della Chiesa.

Quello che vorrei ancora sottolineare è la ricerca di Dio da parte dei magi e la loro gioia nel trovare il Bambino a Betlemme.

Se è vero che tutti sentiamo la nostalgia di Dio, nostro vero Creatore e Padre, dovremmo fare della nostra vita una continua ricerca.

Ma oggi è soprattutto giusto che con la Chiesa ringraziamo Dio di avere mostrato la Sua bontà.

Non accettava di vederci figli senza casa patema e senza futuro, così, ha concretamente rotto, con l'Epifania, una barriera che ci divideva da Lui. Per questo è una grande Solennità.

Purtroppo il consumismo è sempre pronto a cogliere le occasioni di feste religiose, per renderle un mercato di consumi. Basta pensare a come l'Epifania è diventata la festa dei doni, forse imitando i Magi, ma senza la loro fede.

Occorre invece entrare nel vero spirito della Epifania: Dio che viene e chiama, come fece con i Magi. Scriveva don Tonino Bello:

"Oggi è l'Epifania, festa della universalità della Chiesa. Festeggiamo cioè una Chiesa che si allarga a tutti i popoli: che non si chiude nel suo campanile, non rifiuta l'altro, ma ha le porte e le finestre aperte, anzi spalancate. La festa della Epifania ci ricorda che non siamo un insieme di persone chiamate a raccolta per giustificarci . La Chiesa è il popolo di Dio che annuncia la salvezza e lo fa con estrema liberalità, accettando la diversità. Accettare la diversità è una cosa grande. Mi sembra sciocco avere paura dell'irruzione dei terzomondiali perchè sono maomettani.

Ma che paura avete? Alcuni dicono, rimproverando noi vescovi o il Papa, di essere troppo solleciti nella accoglienza; dicono che stiamo imbarbarendo la cristianità.

Ma che paura avete? Abbiamo avuto la grazia dal Signore di essere suoi fedeli, di stare al suo servizio. Nostra missione è di testimoniare Lui, il Risorto. Qualche volta con la parola, ma soprattutto con i gesti, con la vita. Se sono gesti buoni la gente lo vede. E' impossibile che non li veda". Non resta che ringraziare Dio che noi siamo stati chiamati al suo Regno, appena è iniziata la vita, nel Battesimo. Non ci resta che fare della nostra vita un continuo cammino e una appassionata ricerca per trovare e vivere in Gesù e con Gesù. Questo è il senso vero della nostra appartenenza alla Chiesa di Dio. Non resta che dire a tutti voi: FACCIAMO DELLA NOSTRA VITA, come i Magi, UNA CONTINUA RICERCA DI GESÙ, PER CONOSCERE E SPERIMENTARE LA VERA GIOIA. Auguri.

 

Antonio Riboldi – Vescovo
www.vescovoriboldi.it